Cuccioli tra i fetish

Mi trovo a scrivere questi pensieri dopo gli eventi che hanno visto l’incoronamento di Mr. Fetish Italia 2019. I puppy italiani sono stati invitati a prendervi parte. Questa è senza dubbio la naturale conseguenza del debito che i cuccioli nostrani hanno nei confronti degli ambienti fetish. Come sappiamo, il puppy play nasce in seno all’universo fetish/BDSM, principalmente in territorio mitteleuropeo ed anglosassone. Qui, le maschere costrittive che hanno dapprima dato vita ai doggy slave, in qualcuno finiscono per assumere un significato completamente diverso. Non costrittivo, ma identitario. Non sottomissivo, ma liberatorio. Non umiliante, ma giocoso. E così nasce il puppy play. Gioco forza, questo arriva in Italia grazie a uno dei volti più importanti della scena BDSM, il quale nel vicino 2017 riesce a imbastire il primo concorso per Mr. Puppy Italia, grazie appunto all’appoggio di club e circoli fetish. L’evento è un piccolo successo e il vincitore, un cucciolo outsider dagli occhi sorridenti, raccoglie sulle sue spalle la responsabilità di rappresentare nel bel paese una realtà così nuova e poco conosciuta. Il resto è storia. Le prime interviste, la visibilità, il primo pride in maschera, i pochi cuccioli, il primo workshop.

Una premessa storica è d’obbligo se si vuole evitare che i pensieri riportati di seguito diano adito a facili fraintendimenti. Il legame del puppy play con gli ambienti fetish e BDSM è innegabile e saldo.  La gestazione del primo è avvenuta in seno ai secondi. Inoltre, il supporto dei secondi sul primo è una risorsa ancora fondamentale perché i cuccioli possano esistere e manifestare la loro presenza. Le serate fetish sono tutt’ora un confortevole e gradito punto di incontro per tutti i puppy player, anche se non l’unico. Una conseguenza collaterale di questo legame è la logica classificazione del puppy play tra le fila dei fetish riconosciuti. Ed ecco che a fianco dei feticismi più manifestati (leather, rubber, sportswear, sneakers, etc.) figura anche il puppy play.

Non sono sicuro che questa classificazione sia corretta, almeno se osservata all’interno di un contesto di pervasiva sessualizzazione come quello fetish e BDSM. Per meglio comprendere i miei dubbi, credo sia necessario dare le definizioni di doggy slave e di puppy (player), tenendo conto della loro separazione accennata nell’incipit. Questa è un’ardua impresa per via dell’assenza di produzione scientifica in merito ai puppy, a differenza di BDSM e fetish. Mi azzardo pertanto a dare le definizioni che in questi mesi sono personalmente riuscito a costruire: il doggy slave è un individuo che incarna la figura del cane in un’ottica di sottomissione e/o umiliazione; il puppy è un individuo che manifesta un alter ego (simil)canino per incarnare le caratteristiche positive archetipicamente associate alla figura del cane, e va interpretato a metà tra una regressione psicologica (terapeutica?) e il cosplay.

Il feticismo sessuale, ovvero ciò che fino ad ora ho definito semplicemente (in modo erroneo) fetish, nella sua accezione più generale è da ritenersi un’erotizzazione di oggetti inanimati o specifiche parti del corpo che sono simbolicamente associate ad una persona. Di fatto, il soggetto feticista sposta il proprio desiderio sessuale dalla persona in carne ed ossa, nella sua interezza, ad un suo sostituto (spero i sessuologi perdoneranno eventuali imprecisioni). Ora, se sono vere le definizioni da me riportate in precedenza, è anche vero che non ha senso collocare il puppy play nell’universo fetish propriamente detto. Il puppy play non è una pratica sessuale, è semplicemente sessualizzabile a piacere, ma come del resto qualsiasi altra cosa (si pensi a qualsiasi gioco di ruolo in cui normalissime situazioni quotidiane vengono sessualizzate).

Il puppy è tale senza esigenze libidiche. Il puppy risponde a necessità profonde della propria psiche, probabilmente legate alla sua storia evolutiva. Una definizione più appropriata di feticismo in relazione ai puppy è data da Inky, puppy di lungo corso e navigato frequentatore della scena fetish e BDSM. Lui afferma che il puppy play è un “feticismo affettivo”. Mentre il feticista sessuale “sposta significati ed energie sessuali su quelli che in realtà sono oggetti”, il puppy sposta “un altro tipo di energia: quella relazionale e affettiva”. “E non la sposta su oggetto.”

Se quanto riportato è vero, ne consegue che il puppy play è una realtà idealmente ormai separata da quella fetish di cui è figlio. La sua identità lo colloca ad una distanza dall’universo fetish/BDSM molto maggiore di quella che può separare le sottocategorie interne a quest’ultimo. E questo non è importante solo a livello speculativo, ma anche perché conferisce forza alla necessità di costituirsi come gruppo a sé stante, come accaduto di recente in Italia con la fondazione dell’associazione The Italian Puppy.

Ma credo che questo non sia abbastanza.

Io entrai a far parte del “branco” al primo workshop puppy italiano, nel marzo 2018. Qui ebbi modo di sfoggiare per la prima volta il mio bel musetto e confrontarmi a quattr’occhi con altri che condividevano il mio feticismo affettivo. Mi colpì molto come la riflessione impostata al tempo era già incentrata sulle dinamiche proprie del puppy play come piccolo mondo a sé stante, in linea con quanto definito da Inky. O almeno questa fu l’impressione che ne ebbi. Nel frattempo, il branco si è felicemente arricchito di tanti nuovi musetti di cuoio o neoprene, e questi temi sono apparentemente andati un po’ perdendosi. Ognuno è bisognoso di portare il proprio contributo di cucciolo al branco, e si affanna nella calca con i propri bisogni e i propri vezzi. Ogni puppy è un piccolo universo sfaccettato, che si trascina dietro la complessità dell’essere umano dietro la maschera.

Ne consegue una certa confusione, che non è data solo dall’avere tante voci con la necessità di esprimersi, ma anche e soprattutto dall’associare le singole identità puppy a un insieme di attributi accessori dei singoli individui. E se alcuni puppy del gruppo condividono altri fetish, allora c’è il rischio che il puppy play inglobi nella sua definizione tali attributi. Questo a mio parere finisce per costituire una degradazione dell’acquisita identità puppy. Mi spiego meglio: se ad esempio molti membri del branco sono anche doggy slave, e vivono abitualmente il proprio essere puppy in un contesto BDSM, si rischia di ri-accorpare il puppy play a quell’universo da cui si è ormai distaccato. Stesso dicasi per qualsiasi altro fetish. Ma non tutti i puppy condividono quelle caratteristiche. E se anche venisse a costituirsi una maggioranza di puppy prettamente sessualizzati, questo non giustificherebbe una riassimilazione dell’intera comunità ad una dimensione di sinonimia tra puppy e doggy slave.

Ormai da mesi sperimento la presenza come puppy sulle più note dating app del mondo gay, e le numerose interazioni che ho avuto fino ad ora hanno evidenziato alcuni fraintendimenti. In molti pensano di poter trattare il puppy come una bestiola da sottomettere ed umiliare a piacimento. Altri si dicono incuriositi ed interessati, ma si frenano poiché associano il tutto al BDSM, per il quale non provano alcuna attrazione. Ecco, credo che questo sia decisamente rappresentativo di quanto detto.

È quindi importante che i fautori di una realtà in crescita come può essere l’associazione The Italian Puppy moderino con cautela il dibattito tra i suoi membri, in modo da tutelare l’unica cosa che li accomuna tutti: l’essere dei puppy. Ovviamente io considero i puppy come li ho definiti in questo testo, ed è una visione che non tutti potrebbero condividere. Ma mi auspico che si possa costruire una sensibilità che guardi ai puppy come feticisti affettivi, rendendo il branco accogliente per tutti.

Attenzione, con questo non dico che si debbano tagliare i ponti con le realtà fetish che hanno aiutato i puppy a muovere i primi passi, e che li aiutano tutt’oggi accogliendoli e collaborandovi. Mi limito a porre l’accento sulla necessità imprescindibile di tutelare i puppy per quello che sono prima di tutto: dei feticisti affettivi alla costante ricerca di coccole e gioco.

Pebble A. Wallace

Fonti:

Kafka, M. P. (2010). The DSM diagnostic criteria for fetishism. Archives of sexual behavior, 39(2), 357-362.

Nalesso, G. (2018, January 16). Facebook post. Retrieved January 26, 2019, from https://m.facebook.com/groups/1548936888747516?view=permalink&id=1753500321624504

Author: Ciottolo